5) Descartes. L'errore.
Volont e ragione sono per Descartes doni di Dio, quindi buoni. La
domanda che aveva tanto angosciato Agostino: Unde malum? trova in
Descartes questa risposta: l'errore, quindi il male, avviene
perch la volont  pi ampia ed estesa dell'intelletto. La
soluzione del problema sta nell'evitare l'errore mantenendo il
giudizio nei limiti di una chiara e distinta intelligenza di
tutte le cose. C' in questa lettura la costante preoccupazione
di  Descartes di giustificare Dio, creatore del mondo, dalla
responsabilit dell'errore umano.
R. Descartes, Meditazioni metafisiche, Quarta meditazione (pagina
140).

Da tutto ci riconosco che la facolt di volere, che io ho
ricevuto da Dio, non  di per se stessa la causa dei miei errori,
perch essa  amplissima e perfettissima nella sua specie; e
neppure la facolt d'intendere o di concepire: perch, non
concependo nulla, se non per mezzo di questa facolt, che Dio m'ha
dato per concepire,  fuori dubbio che tutto ci che concepisco,
lo concepisco come conviene, e non  possibile che in ci
m'inganni. Dunque, donde nascono i miei errori? Da ci solo, che
la volont essendo molto pi ampia e pi estesa dell'intelletto,
io non la contengo negli stessi limiti, ma l'estendo anche alle
cose che non intendo, alle quali essendo di per s indifferente,
essa si smarrisce assai facilmente, e sceglie il male per il bene,
o il falso per il vero. E questo fa s ch'io m'inganni e che
pecchi.
Ora, se io m'astengo dal dare il mio giudizio sopra una cosa,
quando non la concepisco con sufficiente chiarezza e distinzione,
 evidente che del giudizio fo un ottimo uso, e non sono
ingannato; ma se mi determino a negarla o ad affermarla, allora
non mi servo pi come debbo del mio libero arbitrio; e se affermo
ci che non  vero,  evidente che m'inganno, e quand'anche
m'avvenga di giudicare secondo verit, questo non accade che per
caso, e perci io erro ugualmente ed uso male del mio libero
arbitrio; perch la luce naturale c'insegna che la conoscenza
dell'intelletto deve sempre precedere la determinazione della
volont. Ed appunto in questo cattivo uso del libero arbitrio si
trova la privazione che costituisce la forma dell'errore. La
privazione, dico, si trova nell'operazione, in quanto essa procede
da me, ma non si trova nella facolt che ho ricevuto da Dio, e
neppure nell'operazione, in quanto essa dipenda da lui. Perch io
non ho certo nessun motivo di lamentarmi del fatto che Dio non
m'ha dato un'intelligenza pi capace, o una luce naturale maggiore
di quella che traggo da lui, poich, in effetti,  proprio
dell'intelletto finito di non comprendere un'infinit di cose, e
proprio di un intelletto creato di essere finito: ma ho ogni
motivo di ringraziarlo di questo che, non avendomi mai dovuto
niente, egli m'ha, nondimeno, dato tutte le poche perfezioni che
sono in me: ben lungi dal concepire sentimenti cos ingiusti, come
l'immaginarmi che egli m'abbia tolto o si sia ingiustamente tenuto
altre perfezioni che non mi ha dato. Io non ho neppure motivo di
lamentarmi del fatto ch'egli m'ha dato una volont pi estesa
dell'intelletto, poich essendo la volont una sola cosa, ed il
suo soggetto essendo come indivisibile, sembra che la sua natura
sia tale, che non si saprebbe nulla toglierne senza distruggerla;
e, certo, pi essa si trova ad esser grande, pi ho da ringraziare
la bont di colui che me l'ha data. Ed infine, io non debbo
neppure lamentarmi del fatto che Dio concorre con me a formare gli
atti di questa volont, e cio i giudizi nei quali m'inganno,
poich quegli atti sono interamente veri ed assolutamente buoni,
in quanto dipendono da Dio; e vi , in certo modo, maggior
perfezione nella mia natura per il fatto che posso formarli, che
se non lo potessi. Per la privazione, nella quale sola consiste la
ragion formale dell'errore e del peccato, essa non ha bisogno di
nessun concorso di Dio, poich essa non  una cosa o un essere, e
se noi la riferiamo a Dio come a sua causa, essa non dev'essere
chiamata privazione, ma solo negazione, secondo il significato che
si d a questi nomi nella scuola.
R. Descartes, Opere, Laterza, Bari, 1967, volume primo, pagine 236-
238.
